Ci sono dischi che provano a esorcizzare le paure e altri che scelgono semplicemente di conviverci. “La paura in tasca”, secondo album di Anna Castiglia, appartiene decisamente alla seconda categoria. È un lavoro che non cerca una soluzione miracolosa alle inquietudini della contemporaneità, ma suggerisce una possibilità forse più concreta: riconoscerle, ridimensionarle e, soprattutto, continuare a camminare nonostante la loro presenza.
Dopo l'esordio con la straordinaria MI PIACE, la cantautrice siciliana torna con undici brani nei quali sembra mettere maggiormente a fuoco la propria scrittura. Al centro rimane quell'equilibrio tra profondità e leggerezza che rappresenta uno degli aspetti più interessanti del suo linguaggio: Castiglia affronta insicurezze, aspettative sociali, indipendenza, bisogno di approvazione e vulnerabilità senza trasformare le canzoni in esercizi di autocommiserazione.
È proprio qui che La paura in tasca trova la sua chiave migliore. La fragilità non viene né nascosta né celebrata, ma trattata come una componente inevitabile della crescita. Persino il titolo suggerisce un'immagine efficace: la paura non scompare, semplicemente diventa qualcosa che possiamo portare con noi.

La varietà è un altro elemento centrale del disco. Titoli come Insisto perché esisto, Niente di me, È tanto che non dico ti amo, Scema e Mirò raccontano già qualcosa dell'universo di Castiglia, costantemente sospeso fra confessione, ironia e osservazione del presente. La scrittura sa alleggerirsi senza diventare superficiale e farsi più intima senza perdere quella componente obliqua, a tratti teatrale, che appartiene alla personalità dell'artista.
Interessante anche la scelta di non costruire le collaborazioni come semplici featuring da mettere in evidenza sulla copertina. Selton, Valerio Lundini e il collettivo Canta fino a dieci entrano nel progetto come apparizioni, piccoli cambi di prospettiva che contribuiscono alla natura mobile e difficilmente classificabile del disco. In particolare, la presenza dei Selton dialoga bene con quella componente latina e brasiliana che affiora nel progetto, mentre Lundini sembra quasi la presenza ideale per un'autrice abituata a utilizzare l'ironia come strumento per osservare le proprie contraddizioni.
E poi c'è l'immaginario visivo, tutt'altro che accessorio. Carta, cartone e ombre cinesi traducono graficamente il concetto alla base dell'album: alcune paure assomigliano proprio alle ombre, capaci di diventare gigantesche quando qualcosa di piccolo viene proiettato sulla parete della nostra mente.
È una metafora che finisce per raccontare bene anche il disco.
Con La paura in tasca, Anna Castiglia sembra infatti interessata soprattutto alle proporzioni: quelle tra ciò che siamo e ciò che gli altri si aspettano da noi, tra l'immagine che mostriamo e quella che percepiamo, tra il desiderio di diventare adulti e la tentazione di rimanere al riparo.
Il risultato è il ritratto di un'artista che continua a sottrarsi alle categorie troppo comode. Cantautorato, pop, teatralità, ironia e sensibilità convivono senza che uno di questi elementi abbia necessariamente bisogno di prevalere sugli altri. Ed è probabilmente proprio questa irrequietezza a rendere riconoscibile la sua scrittura.
Alla fine, La paura in tasca non promette di renderci più coraggiosi. Fa qualcosa di più interessante: suggerisce che essere coraggiosi possa significare andare avanti anche quando la paura è ancora lì.
In tasca, appunto.
